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11 gennaio 2005 – Meoni e la Dakar

DAKAR 2005,  11 gennaio, Atar

Me lo ricordo bene quel giorno.
Poche ore prima, poco prima della mezzanotte, mestamente, ero salito sul volo che da Atar mi riportava a Parigi.
Avevo bruciato la frizione la notte prima, e Pierpaolo, fido scudiero, nonchè mio mentore e tutor delle sabbie africane, mi aveva abbracciato, lui sì in gran forma, davanti alla sua tenda, nel bivacco – pianeta di Atar. Che bella, Atar. Parola magica.
Scherzo !
Ricordo che tanto per cambiare, Pierpaolo era tranquillo e pacato. Non privo di un visibile dispiacere, nel sapere che l’indomani non saremmo stati alla partenza di tappa insieme, e che dunque non ci saremmo guardati le spalle.
Era il nostro patto di ferro, e nonostante io fossi parecchio stanco, avevo cercato di non deluderlo.
In fondo però, la mia vocina urlava, non ti lamentare, sei un bradipo, cosa vuoi, la Luna?
Sei ancora tutto intero, vabbè hai fatto i tuoi ruzzoli obbligatori, sei un pilota completo (nel senso che vai piano su tutti i terreni indistintamente).
Ok, allora me ne vado, dai, ci sentiamo poi domani, se no rimango qui sul piazzale e domani mi ritrovo solo a bordo pista mentre voi sgommate. Bastardi divertitevi… Ciao.
Riconsegno documenti, GPS, e e altre cose, e salgo sull’aereo.
Ricordo bene di essermi girato verso il gigantesco piazzale, pieno delle luci e dei rumori che sono la cornice immersiva in cui ogni pilota vive quelle notti.
Penso a Pier, che può finalmente leggersi il suo libro senza me, che lo stresso perchè legge, mentre io che sono insonne non riesco nemmeno ad immaginare che si possa fare qualcosa di diverso dal dormire. Mi da fastidio anche il fruscio della pagina quando la gira. Legge troppo veloce.
Per lui c’è la giusta e meritata prospettiva di intravedere, o ancorpiù chiudere positivamente la sua prima DAKAR.
Coraggio, dai che guardo dal finestrino e poi non ci pensiamo troppo, facciamoci ‘sto pianto liberatorio.
Si dice così :-)
Sul volo, che scorre veloce e asettico, cerco di non riflettere troppo sul ritiro, sulle lacrime che ho versato firmando al conduttore del balai il modulo che dice “te ne vai a casa!”.
Lascio stare il sentimento di ira che provavo, sapendo di avere i pezzi per riparare la moto, senza avere modo di montarli.
Questo balai, proprio questo camion qui con la gru, è il mio ultimo filo con la vita “normale”. Se avessi rifiutato il trasporto fino al bivacco, me la sarei vista dura…. l’indomani non ci sarebbe stato nessuno a “dovermi” aiutare, nè per pietas cristiana o musulmana, nè per contratto.
Ok, dai, ho una famiglia che mi aspetta, e a prescindere da questo, non sono mica Batman.  Se continuo a dirmelo fino a Parigi forse mi brucia meno.
Il mitico aeroporto CDG, si legge “sè-de-jè”, mi dicono, è un posto magnifico, design e vetri e cielo. E folle, e glamour, e file, insomma, Parigi. Questo è il suo ritratto, la mia esperienza precedente.
Non stanotte, però.
Atterro verso le 3, o poco dopo. Il mio volo per Torino parte fra 2 ore. E’ surreale.
Ricordi la serie Tv “i sopravvissuti”, mi pare inizio anni ’70. Città vuote, un virus sconosciuto, solo edifici spettrali, nessuno in giro. I pochi rimasti, barricati nelle loro tane, diffidenti, incattiviti dal sospetto. A pensarci qui su questa poltroncina ipertech tanto chic fa più freddo che fuori.
Che palle, la colazione in piedi, un finto espresso, roba che solo i francesi, nel kelvinator aeroportuale, mi sento un’angoscia imprevista. I miliardi di granelli di sabbia masticati sulle dune li ho ancora tra i denti.
Credo di avere persino l’alito che puzza di camelback, se la camelback pure ha un odore, ma ce l’ha, fidati.  La mia, dico la mia, sa di gomma, e di cose mangiate in fretta, e di alito cattivo, e di affanno.
Ho ancora addosso, ovviamente e immancabilmente, la giacca da gara, e mi sembra di essere un marziano. I viaggiatori “normali” mi guardano più con sospetto e strane occhiate interrogative, che con “solidarietà”. In fondo è chiaro che vengo via dalla Dakar, ma non è il 15 gennaio.
C’è poco da festeggiare. Hai ragione, guarda pure di là.
Pensa, vado pure in bagno, e stavolta nemmeno guardo se ci metto un minuto o due, ormai la tabella di gara non è più in quella tasca. Vediamo di non dimenticare il biglietto del volo o fare assurdità come addormentarsi… e perdere il volo.
E in bagno, scopro che gli sguardi stralunati erano doverosi. Dopo 12 giorni di moto, in realtà non sono affatto questo gran spettacolo… Eppure la faccia me la sono lavata (si dai, tre o quattro volte, almeno credo), ieri sera l’ho fatto due volte in quel bivacco woodstock-style… ma non sono rasato, ecco perchè, e nemmeno potrei, il tempo della rasatura mica l’ho visto sul mio orologio di gara. Stavo arrotolando quel xxx di roadbook. Giuro, ma quanto era spessa la carta, ma perchè mi si rompe sempre? E lo scotch, quanto lo odio. Gli Stabilo colorati mi hanno francamente rotto…
Ok, prendiamo questo aereo, che non li reggo più.
I ragazzi con le lavapavimenti temono che io gli possa imbrattare il lucido pavimento del tratto leccato-specchiato tra il bar e il gate che porta all’aereo.
Il “gate”… Adesso che ci penso, più che un cancello, che evoca cose forse celestiali, o perlomeno ignote, o marziane, questo fottuto “gate” tutto bianconeon-moquette-corrimani-acciaiovetri e philippestarck e glin glun… le persone impeccabili che mi circondano,,, beh, a me sembra una trachea, un canale di scolo, mi ricorda quei B-movie dove il serpente nuclearizzato diventato godzilla.
Mi aspetta a fauci spalancate, per farmi rientrare in caduta verticale sul pianeta Terra, da cui sono “fuggito” (pagando) per alcuni giorni.
Salgo sul volo per Torino, stessa sensazione, stesse contraddizioni.
Mi manca tanto il casco, anche se era lurido, l’ho tenuto addosso così tanto, anche dormendo, che ora mi sembra di essere nudo, l’unico ad esserlo in un volo di gente “vestita”. Quasi quasi me lo rimetto. Il tipo di fianco sta smanettando sul suo notebook ed è proprio preoccupato di finire il suo powerpoint per fra mezz’ora, (è messo peggio di me, in fin dei conti).
A Caselle mia moglie mi aspetta, felice di vedermi tutto intero, benchè un po’ smunto. In realtà credo sia contenta, a prescindere.
Le prevedibili e giuste forti emozioni, poi mi porta a casa, wow, e in un’ora scarsa mi rimetto in sesto.
Ora ho bisogno, anzi DEVO, darmi un tono, non devo nè posso dormire, quello verrà stasera, ora devo pensare ad altro.
Mi faccio forza e vado in ufficio. Riaccendo il pc, rivedo i fogli, le solite cose.
Un caffè di macchinetta, tanto per avere qualcosa di cui lamentarmi, sai, se proprio tu non lo sapessi o immaginassi, caro il mio Terrestre, il caffè dell’Africa all’alba, tremante per il freddo che non ho calcolato bene, è un’altra cosa. Ne sono convinto davvero, questo è il punto, ovviamente (grave).
Qualche minuto dopo, l’ora esatta non la ricordo.
Mi chiama un amico al telefono e dice solo “è morto Meoni” e subito dopo “ma che ci fai in ufficio?“.
Non so cosa dire.
E poi, squilla il cellulare, Pierpaolo mi chiama, e mi racconta di essere caduto, anche lui.
E’ stata una brutta caduta, ma vuole tranquillizzarmi, non gli sembra niente di irrisolvibile, per fortuna, e fa del suo meglio, pur non potendosi dilungare, per dirmi che è tutto ok.  Facile a dirsi…. chi sta di qua non sa nemmeno che giorno sia, si dai è l’11 gennaio. Stordito, disorientato.
Mi trovo seduto, con la camicia bianca e fresca, il viso rasato e profumato di pulito, a pensare che il mio più caro amico è in viaggio, non ho capito, ha detto elicottero, caxxx, o cosa? verso l’ospedale per rimettersi da una brutta caduta, e io sono qui. A fare cosa? E adesso che faccio??….
Mi passa per la testa di chiamare PC Course della A.S.O., e chiedergli dove lo portano, e poi cercare in qualche modo (assurdo) di raggiungerlo.
Nelle stesse ore, le news su Meoni si fanno frequenti, e alla fine il bilancio della giornata è, chiaramente, nero.
Credo sia stata una brutta giornata.
Un giorno, un giorno di gennaio, tra i tanti che scorrono, e in una vita “normale” ce ne sono migliaia, vero, ma è come se fosse accaduto tutto oggi.
john